Le conseguenze economiche della crisi Ucraina: cosa ci aspetta?

11.03.2022

DAL BLOG ARTURO GULINELLI. L'economie mondiali stavano ancora recuperando parte delle perdite di produzione causate dalla diffusione della pandemia, quando al rincaro delle materie prime ed energetiche, innescato dalla ripresa della domanda e da strozzature dal lato dell'offerta si è aggiunta la crisi Ucraina e ora la guerra.

Il prezzo dei combustibili fossili è in crescita vertiginosa e questo avrà certamente delle influenze sull'andamento del PIL mondiale, ed in particolare sul PIL dei paesi Europei più vicini e più esposti alla crisi in atto.

L'aumento dei prezzi dei combustibili fossili (gas e petrolio) influenza gli sviluppi economici in molti modi; in genere, per i paesi importatori di petrolio e gas, la salita vertiginosa dei prezzi porta con sé una crescita economica più lenta a causa dei maggiori costi energetici aziendali, il che si traduce in un calo dei ricavi e in una contrazione dei margini di profitto. La diminuzione dei profitti porta una riduzione del valore aggiunto, dei salari e delle entrate fiscali, oltre a crisi aziendali ed aumento dei crediti non performanti per le banche. Questi effetti sono, in alcuni casi, compensati dall'incremento della spesa pubblica che a sua volta aumenta il disavanzo di bilancio e il debito.

Ma uno dei principali fattori che mina la crescita del prodotto è certamente l'aumento dell'inflazione, che ancora una volta può ostacolare la crescita economica. La forte inflazione esercita pressioni sull'aumento dei salari reali che, in combinazione con una domanda ridotta e un calo della fiducia di consumatori e delle imprese, può portare a un aumento della disoccupazione nel breve termine. A causa degli alti prezzi del gas e del petrolio, la produzione si contrae e la domanda diminuisce. Per natura, anche la bilancia commerciale tra i paesi è influenzata dall'aumento dei prezzi. I paesi importatori sono certamente i più colpiti dagli aumenti dei prezzi rispetto alle economie autosufficienti, ma in genere l'aumento dei prezzi contagia altri settori (produzione, trasporti, consumi individuali etc), creando le basi per una riduzione dell'attività economica.

La storia economica può venirci incontro e aiutarci a capire il futuro.

Vediamo cosa è capitato nelle precedenti crisi petrolifere.

In termini nominali, il prezzo del petrolio prima del '73 era inferiore a circa 4 dollari al barile; questo come detto fino all'autunno del 1973. Dopo il primo shock petrolifero del 1973, il prezzo è salito a circa 14-15 dollari a barile. Successivamente il prezzo si è attestato a 39 dollari dopo che si era concretizzato il secondo shock del 1981.

Dopo un ritorno a livelli più bassi che vanno dai 14 ai 19 dollari al barile, il prezzo è quasi raddoppiato di nuovo per avvicinarsi a circa 33 dollari seppur per un breve periodo di tempo, almeno fino all'inizio della prima guerra del golfo di inizi anni novanta. Per tutto il decennio degli anni novanta il prezzo ha oscillato su valori prossimi ai 20 dollari al barile. Solo la crisi finanziaria delle tigri asiatiche di fine anni novanta ha rallentato la domanda e quindi il prezzo del greggio scese di nuovo a circa 10 dollari a barile. Con la ripresa delle attività economiche e con la crescita dei paesi emergenti (BRICS) il prezzo è nuovamente aumentato raggiungendo il livello di settanta dollari al barile nei primi anni duemila. Poi negli anni è continuata la corsa del prezzo che ha toccato i massimi nel 2014 arrivando a quotazioni di circa 140 dollari al barile; dopo seguì una fase ribassista che portò il prezzo addirittura sotto i trenta dollari; ed eccoci ai giorni d'oggi in cui il prezzo del petrolio e del gas sono cresciuti in modo elevatissimo, compromettendo le attività di molte imprese, e agendo negativamente anche sul bilancio delle famiglie meno agiate.

Vediamo in concomitanza con la crescita dei prezzi dei primi anni settanta cosa capita all'economia mondiale.

La situazione economica all'inizio degli anni settanta era caratterizzata da diversi fattori, l'economia mondiale stava crescendo in media di circa il 5% dalla fine degli anni sessanta fino all'inizio degli anni settanta. I tassi di crescita passarono dal 3,6 % del 1966, a circa il 7% nel 1972. Il commercio mondiale, misurato in termini di esportazioni mondiali di merci, era aumentato di circa il 10% all'anno e aveva oscillato dal 5,7% del 1967 al 12% del 1973.

Negli Stati Uniti la situazione era simile. Dopo la debole crescita nel 1970, il PIL statunitense è cresciuto di oltre il % nel 1972 e nel 1973, con un tasso di inflazione che si collocava ad un livello intorno al 5%.

Un fattore di grande importanza in questo contesto era dovuto al fatto che gli Stati Uniti avevano avuto una crescita del PIL molto debole nel 1970 mentre allo stesso tempo i prezzi stavano aumentando in modo significativo. Eravamo in piena guerra fredda e c'erano altre tensioni geopolitiche. In quel periodo gli Stati Uniti erano ancora impegnati nella guerra del Vietnam, che terminò nel 1973 dopo più di 10 anni.

Vediamo cosa accadde dopo il primo shock di inizi anni settanta: tenendo conto del grado di sviluppo dell'economia mondiale degli anni precedenti, l'evento critico ebbe un grande impatto sull'andamento dei tassi di crescita mondiali, in particolare sul commercio internazionale e sugli investimenti diretti esteri.

La crescita mondiale subì un duro colpo durante il primo shock. Mentre l'economia mondiale cresceva del 6,9 % nel 1973, il tasso di crescita del 1974 scese al 2,1 % e addirittura all'1,4 % l'anno successivo. Solo nel terzo anno dopo l'embargo petrolifero l'economia mondiale ritornò al suo normale tasso di crescita.

Anche il commercio mondiale soffrì in modo significativo la crisi petrolifera. Dopo aver registrato tassi di crescita del 12% nel 1973, la crescita si interruppe facendo registrare tassi negativi nei due anni successivi con un meno 5,4% nel 1974 e un meno 7,3 % nel '75.

Un altro fattore importante che fece segnare dei cambiamenti con effetti significativi dopo la crisi del '73 riguardò il flusso di investimenti diretti esteri. Gli IDE mondiali che erano cresciuti costantemente negli ultimi trent'anni, ebbero una improvvisa interruzione. E nel 1973 il flusso annuale fu addirittura negativo rispetto all'anno precedente. E la contrazione andò avanti anche nei tre anni successivi.

Riassumendo, gli effetti economici sull'economia mondiale nel suo complesso sono stati caratterizzati da una contrazione dei tassi di crescita, una diminuzione del commercio internazionale e da un brusco calo degli investimenti diretti esteri. Se vediamo l'impatto sugli Stati Uniti rileviamo che oltre alla contrazione del PIL (la crescita del PIL statunitense è scesa da oltre il 5,7% del 1973 al meno 0,5 % del 1974 e al meno 0,2% del 1975), il paese registrò un impatto negativo anche in termini di occupazione. Il tasso di disoccupazione passò dal 4,9% del 1973 a circa l'8,5 % del 1975.

Non ultimo per importanza, un altro impatto negativo è attribuibile alla crescita dell'inflazione, che è più che triplicata dal 1972 al 1974 passando dal 3,3 % all'11%. L'inflazione tornò a scendere solo nel 1976.

La crisi petrolifera fu innescata essenzialmente dal taglio dell'offerta e fu seguita dalla crescita dei prezzi energetici. L'impatto economico negativo in termini di crescita del PIL e di aumento dell'inflazione fu limitato a pochi anni, mentre la disoccupazione rimase elevata ancora per molto tempo. Gli effetti ulteriori riguardarono l'aumento dei disavanzi di bilancio e il maggiore onere del debito dei paesi colpiti dagli shock petroliferi.

Quanto abbiamo visto e ricordato è in estrema sintesi quello che ci aspetta nei prossimi anni. Solo la crescita della spesa pubblica (ci sarà molto probabilmente ovunque un aumento della spesa militare), potrà evitare una nuova stagnazione economica. Ma l'inflazione potrebbe finire fuori controllo.

La crisi energetica spingerà le imprese e i privati a ripensare le proprie strategie diminuendo i consumi e la dipendenza dalle fonte fossili, Le imprese saranno spinte ad installare pannelli fotovoltaici per produrre energia e non dipendere dalle oscillazioni dei prezzi di mercato. Anche lo stato (aiuti economici per favorire le rinnovabili) e le persone saranno incentivati a prendere decisioni green. La crisi per quanto difficile favorirà la transizione ecologica.

Un vantaggio dell'inflazione, è la riduzione del valore dei debiti. Infatti, Anche il debito pubblico con l'aumento dell'inflazione si alleggerisce (si riduce il peso reale del debito).